A piedi nudi


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Io ti amo

Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l’universo

Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l’incanto
di un tuo solo sguardo

Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sara ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni

Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d’estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo.

Stefano Benni, Io ti amo.

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la dedica a me

 

La dedico a te
La luce di questa stanza
Anche se probabilmente non ti sembrerà abbastanza
Che anche se siamo lontani lontani
Tanto lontani da non sentirci più
Pensavi almeno di meritar di più
Dimmi che in fondo va bene così
Che non ti importa va bene così
Rimani qui
Solo un attimo
In questa luce danza
Coi tuoi capelli danza
Come un’ombra del tempo in questa stanza
Un’altra vita è possibile
In questa lama di luce
Che brucia e passa attraverso
Ma è solo un gioco perverso
È il mio gioco perverso


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Diari

“Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna. Ora capisco come la gente possa vivere senza leggere, senza studiare. Quando uno è così stanco, alla fine della giornata ha bisogno di dormire e il mattino dopo, all’alba, lo aspettano altre fragole da piantare, e così si va avanti a vivere, vicino alla terra. In momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più…”
Sylvia Plath
(Diari – Luglio 1950)


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La gente lo chiama amore

Cammino, penso, scrivo.
Sono felice
ma ti prego
non dirlo a nessuno.
Dalle mie parti
le cose belle
si sussurrano
con un filo di voce
nato appena.

Passo a prenderti alle 9.00
Al bar all’angolo
di fianco ai giardini
colorati d’autunno
c’è un bar che fa
i cornetti con la crema
e le fragole di bosco.
Fuori stagione penserai.
Ma quando ridi
perché ti senti bene
io ho tutte le stagioni
che mi chiedono di te.

L’inverno per esempio
è un po’
che non ti vede
indaffarata
con il naso nella sciarpa
a respirare l’allegria
delle giornate fredde.

Dice che quando arriverà
vorrà trovarci stretti
come l’ultima volta.
Consiglia di
vestire pesante
ed io gli ho detto
che i nostri abbracci
sono a prova di
addio.
E non credo esista
inverno più freddo.

Cammino, penso, scrivo
e torno a chiederti
perdono
per tutto il tempo perso
per non averti chiesto
di venire via con me.
Per le sciarpe colorate
i cappelli col ponpon
per il sole contro
ed i tuoi piedi sempre freddi.

Perché la vita, amica mia
è un posto così strano
a volte ti finisce tra le braccia
a volte sembra andarsene lontano.

C’è chi ne parla spesso
chi non ne parla mai
e c’è chi come me
a forza di giocarci troppo
finisce in mezzo ai guai.

Passo a prenderti alle 9.00
Aspettami in silenzio
che il silenzio
e un buon modo
d’iniziare a raccontarsi.

Con te ho oltrepassato me stesso.
Continuiamo a dirci addio
camminando sulla stessa
strada.
Ho imparato che la gente
questo
lo chiama amore.
-Andrew Faber-


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Primavera nordica

Tutti i miei castelli d’aria si sono sciolti come neve,
tutti i miei sogni defluiti come acqua,
di tutto ciò che ho amato mi rimane
un cielo azzurro e qualche pallida stella.
Il vento si muove piano tra gli alberi.
Il vuoto riposa. L’acqua è silenziosa.
Il vecchio abete sta sveglio e pensa
alla nuvola bianca baciata in sogno.

(Edith Södergran, Contro i fragili sogni)

HOPPERHopper, “Morning Sun” 1952, recreation by Ed Lachmann (with Anna Parrow), Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

Hopper, “Morning Sun” 1952, recreation by Ed Lachmann (with Anna Parrow), Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid


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I miei figli dimenticheranno

 

l tempo è un animale strano. Somiglia a un gatto, fa come gli pare. Ti guarda sornione e indifferente, scappa via quando lo implori di fermarsi e rimane immobile se pure lo preghi, per favore, di andare. A volte ti azzanna mentre fa le fusa, oppure ti raspa con la sua lingua ruvida. Ti graffia mentre ti sta baciando.

Il tempo, piano piano, mi solleverà dalla fatica estenuante di avere dei figli piccoli. Dalle notti senza sonno e dai giorni senza requie. Dalle mani grassocce che ininterrottamente si aggrappano, mi scalano, mi tirano, mi frugano senza ritegno e senza remore. Dal peso che riempie le mie braccia e piega la mia schiena. Dalle voci che mi chiamano e non ammettono ritardi, attese, esitazioni. Mi restituirà l’ozio vacuo della domenica mattina, le telefonate senza interruzioni, il privilegio e la paura della solitudine. Alleggerirà, forse, il fardello della responsabilità che certe volte mi opprime il diaframma.

Ma il tempo, inesorabilmente, raffredderà di nuovo il mio letto, adesso caldo di corpi piccoli e respiri veloci. Svuoterà gli occhi dei miei figli, che ora traboccano di un amore poderoso e incontenibile. Toglierà dalle loro labbra il mio nome urlato, cantato, sillabato e pianto cento, mille volte al giorno. Cancellerà – un po’ alla volta oppure all’improvviso – la familiarità della loro pelle con la mia, la confidenza assoluta che ci rende praticamente un corpo solo. Con lo stesso odore, abituati a mescolare i nostri umori, lo spazio, l’aria da respirare. Subentreranno, a separarci per sempre, il pudore, il giudizio, la vergogna. La consapevolezza adulta delle nostre differenze.

Come un fiume che scava l’arenaria, il tempo minerà la fiducia che mi rende ai loro occhi onnipotente. Capace di fermare il vento e calmare il mare. Riparare l’irreparabile, guarire l’insanabile, resuscitare dalla morte.

Smetteranno di chiedermi aiuto, perché avranno smesso di credere che io possa in ogni caso salvarli. Smetteranno di imitarmi, perché non vorranno diventare troppo simili a me. Smetteranno di preferire la mia compagnia a quella di chiunque altro, e guai se questo non dovesse accadere.

Sbiadiranno le passioni – la rabbia e la gelosia, l’amore e la paura. Si spegneranno gli echi delle risate e delle canzoni, le ninne nanne e i C’era una volta termineranno di risuonare nel buio.

Con il tempo, i miei figli scopriranno che ho molti difetti, e, se sarò fortunata, ne perdoneranno qualcuno.

Saggio e cinico, il tempo porterà con sé l’oblio. Dimenticheranno, anche se io non dimenticherò.
Il solletico e gli inseguimenti (“Mamma, ti prendo io!”), i baci sulle palpebre e il pianto che immediato ammutolisce con un abbraccio. I viaggi e i giochi, le passeggiate e le febbri alte. I balli, le torte, le carezze mentre si addormentano piano.

I miei figli dimenticheranno. Dimenticheranno che li ho allattati e cullati per ore, portati in fascia e tenuti per mano. Che li ho imboccati e consolati e sollevati dopo cento cadute. Dimenticheranno di aver dormito sul mio petto di giorno e di notte, che c’è stato un tempo in cui hanno avuto bisogno di me quanto dell’aria che respirano.

Dimenticheranno, perché è questo che fanno i figli, perché è questo che il tempo pretende.

E io, io, dovrò imparare a ricordare tutto anche per loro, con tenerezza e senza rimpianto. Gratuitamente. Purché il tempo, sornione e indifferente, sia gentile abbastanza con questa madre che non vuole dimenticare.

 

di Silvana Santo